Il mio mostro preferito
Quest’anno, invece di chiederci quale mostro facesse più paura, abbiamo provato a scegliere quello che ci piaceva di più. Una piccola differenza che sembra cambiare tutto. Perché quando un mostro diventa il tuo preferito, smette almeno per un po’ di essere qualcosa da cui scappare. Puoi guardarlo meglio, da vicino. Puoi disegnarlo e dargli un nome. Puoi aggiungere due occhi. Quattro, cinque, dodici zampe e anche degli stivali. Puoi farlo diventare enorme, oppure minuscolo. A volte puoi perfino arrivare ad affezionarti.
Anche quest’anno Scarabocchi ha riempito Novara di segni liberi, imperfetti e spontanei. Questa edizione ha voluto dare forma ai mostri e il gioco è diventato un modo per avvicinarsi alle paure, per dare loro un corpo e un volto, per provare a guardarle da vicino senza farsi travolgere e forse senza prenderle troppo sul serio.
È un sabato di sole, a fine settembre. La luce riscalda ancora, quasi estiva, mentre l’aria è già cambiata. E forse è anche per questo che Scarabocchi ha qualcosa di speciale: è il primo festival dell’anno per la Fondazione Circolo dei lettori, e arriva quando la bella stagione è quasi al termine. È una delle ultime occasioni per stare all’aperto, incontrarsi ancora senza cercare riparo dal freddo e dal maltempo.
Da un lato all’altro del cortile del Broletto rimbombano le voci dei bambini e delle bambine, rincorse da quelle degli adulti. Corrono, chiamano, ridono, discutono. Osserviamo un bambino di sei o sette anni. Stringe due disegni, uno per mano. Si gira e li mostra fiero alla mamma. Li solleva davanti a sé, due piccoli capolavori. Sono i suoi ritratti mostruosi, fatti apposta per lui. Sorride, con la soddisfazione di chi ha appena scoperto che può diventare un personaggio, persino un mostro, e che qualcuno ha desiderato disegnarlo.
Ci sono fogli dappertutto, mani sporche di colore, pennelli, matite. Ovunque ci giriamo vediamo disegni e colori. E poi c’è l’arancione di Scarabocchi, che sembra raccogliere tutta questa energia per restituirla ancora più forte.
Settembre, del resto, ha qualcosa di un capodanno. Non quello dei fuochi d’artificio e dei brindisi a mezzanotte, ma uno più discreto, che arriva quando ricomincia la scuola, cambiano le abitudini, si inaugurano quaderni e agende, si ricomincia a progettare. Un nuovo anno – una nuova stagione – che comincia proprio mentre l’estate finisce.
Quest’anno abbiamo voluto guardare i mostri da vicino, perché il gioco e l’immaginazione possono diventare un modo per avvicinarsi a ciò che ci spaventa, senza esserne travolti. I mostri fanno paura, certo, ma fanno anche ridere. E soprattutto sono una delle prime forme che diamo alle nostre paure. Da bambini possono abitare sotto il letto, nell’armadio, dietro una porta. Poi cresciamo e cambiano posto. Continuano a esistere, ma prendono forme diverse, diventano più difficili da riconoscere e a volte non sappiamo nemmeno come chiamarli.
Per molti bambini l’illustrazione è la prima porta che conduce a un libro, la soglia della lettura. Prima ancora di saper leggere, si impara a entrare nelle storie attraverso le immagini. Mi hanno detto che troppe parole, all’inizio, possono fare paura. Un’immagine invece lascia spazio: la puoi guardare a lungo, puoi tornarci sopra, puoi inventare quello che manca.
È difficile spiegare perché si voglia così bene a Scarabocchi. Forse perché in questi tre giorni succede qualcosa di molto semplice: ci ricordiamo che non tutto dev’essere perfetto, che non deve per forza avere uno scopo, che si può cominciare da una linea e vedere dove porta. Ci ricordiamo che anche stare insieme può essere così. E forse ci piace proprio per questo. Perché per qualche giorno il festival ci restituisce una parte di noi che spesso rimane nascosta. Quella che guarda un mostro e invece di scappare gli mette gli stivali.

